venerdì 19 ottobre 2012

Stasera Marcovaldo

Salsiccia e rape




Un tardo pomeriggio autunnale degli anni '70: fuori è già buio, un'umida, fredda, nebbia avvolge i rami degli alberi; ma, in cucina, la mamma sta preparando la cena.
“Che c’è di buono stasera?”
“Stasera facciamo Marcovaldo”, risponde la mamma, con l’aria di svelare un segreto.
E noi sorridiamo, perché il messaggio è chiaro: a cena mangeremo salsiccia e rape...
Marcovaldo o le stagioni in città - è il titolo di un libro di racconti di Italo Calvino; edito nel 1963 era molto popolare negli anni settanta del secolo scorso, anche in quanto lettura consigliata e diffusa sia presso le scuole elementari - ricordo che ce n'erano dei brani anche nel mio sussidiario - che medie, dove entrava nell'edizione Einaudi ad esse dedicata, come pure, in effetti, entrò a fare parte della biblioteca della nostra famiglia.

Gli argomenti che trattava - il sentimento di spaesamento dovuto all’inurbamento, i problemi della coabitazione nelle grandi città industriali, i primordi della diffusione del consumismo - erano infatti di attualità;  spunti di riflessione che Calvino, senza indulgere in considerazioni moralistiche ma narrando con uno stile apparentemente semplice ma in realtà ricercato e mai dimesso, riusciva a rendere accessibili anche ai più giovani.

Il filo conduttore del libro, che si articola in 20 racconti suddivisi secondo le varie stagioni dell'anno sono le vicende di Marcovaldo che inurbatosi per motivi di lavoro in una grande città insieme alla moglie Domitilla e ai suoi sei figli, lavora come manovale alla Sbav.
Ed è facile indovinare, in questa città dai grandi parchi, attraversata da tram - che Marcovaldo prende per andare al lavoro - e dominata dalla vicina collina sotto la quale scorre il fiume, la Torino della Fiat e del boom economico, meta di molte famiglie che dalle campagne di tutta Italia si inurbavano in cerca di lavoro e di una vita migliore

La famiglia di Marcovaldo, numerosa e monoreddito, stretta in una stanza in affitto, si adatta a questa nuova vita, non senza rimpianti e problemi di bilancio che il protagonista tentando di risolvere, trasforma in avventure un po' surreali; in un canovaccio che comunque rispecchia la vita quotidiana di molte famiglie dell'epoca, quando dopo la grande espansione dovuta al boom economico si avvicinavano gli anni caldi delle proteste giovanili - iniziate proprio a Torino, nel 1967, un anno prima che a Parigi - e delle lotte sindacali e i tempi della crisi petrolifera.

Marcovaldo, in tempi in cui ancora non esistevano i buoni pasto e dove  non sempre anche le ditte più grandi possedevano mense aziendali, si porta al lavoro per la pausa pranzo, che va a consumare sotto gli alberi nel parco, la cosiddetta pietanziera - o baracchino - contenitore più o meno termico dell'epoca che la moglie, al mattino, riempie con le vivande che costituiranno il suo pranzo; e le vivande che prepara rispecchiano quelli che erano i cibi che all'epoca venivano consumati in tutte le famiglie.

"Le gioie di quel recipiente tondo e piatto chiamato «pietanziera» consistono innanzitutto nell'essere svitabile. Già il movimento di svitare il coperchio richiama l'acquolina in bocca, specie se uno non sa ancora quello che c'è dentro, perché ad esempio è sua moglie che gli prepara la pietanziera ogni mattina. 
Scoperchiata la pietanziera, si vede il mangiare lì pigiato: salamini e lenticchie, o uova sode e barbabietole, oppure polenta e stoccafisso, tutto ben assestato in quell'area di circonferenza come i continenti e i mari nelle carte del globo, e anche se è poca roba fa l'effetto di qualcosa di sostanzioso e di compatto. Il coperchio, una volta svitato, fa da piatto, e così si hanno due recipienti e si può cominciare a smistare il contenuto.
Il manovale Marcovaldo, svitata la pietanziera e aspirato velocemente il profumo, da mano alle posate che si porta sempre dietro, in tasca, involte in un fagotto, da quando a mezzogiorno mangia con la pietanziera anziché tornare a casa. I primi colpi di forchetta servono a svegliare un po' quelle vivande intorpidite, a dare il rilievo e l'attrattiva d'un piatto appena servito in tavola a quei cibi che se ne sono stati lì rannicchiati già tante ore. Allora si comincia a vedere che la roba è poca, e si pensa: «Conviene mangiarla lentamente», ma già si sono portate alla bocca, velocissime e fameliche, le prime forchettate.
Per primo gusto si sente la tristezza del mangiare freddo, ma subito ricominciano le gioie, ritrovando i sapori del desco familiare, trasportati su uno scenario inconsueto. Marcovaldo adesso ha preso a masticare lentamente: è seduto sulla panchina d'un viale, vicino al posto dove lui lavora; siccome casa sua è lontana e ad andarci a mezzogiorno perde tempo e buchi nei biglietti tramviari, lui si porta il desinare nella pietanziera, comperata apposta, e mangia all'aperto, guardando passare la gente, e poi beve a una fontana. Se è d'autunno e c'è sole, sceglie i posti dove arriva qualche raggio; le foglie rosse e lucide che cadono dagli alberi gli fanno da salvietta; le bucce di salame vanno a cani randagi che non tardano a divenirgli amici; e le briciole di pane le raccoglieranno i passeri, un momento che nel viale non passi nessuno....
Accadde che la moglie Domitilla, per ragioni sue, comprò una grande quantità di salciccia. 
E per tre sere di seguito a cena Marcovaldo trovò salciccia e rape.
Ora, quella salciccia doveva essere di cane; solo l'odore bastava a fargli scappare l'appetito. Quanto alle rape, quest'ortaggio pallido e sfuggente era il solo vegetale che Marcovaldo non avesse mai potuto soffrire.
A mezzogiorno, di nuovo: la sua salciccia e rape fredda e grassa lì nella pietanziera. Smemorato com'era, svitava sempre il coperchio con curiosità e ghiottoneria, senza ricordarsi quel che aveva mangiato ieri a cena, e ogni giorno era la stessa delusione. Il quarto giorno, ci ficcò dentro la forchetta, annusò ancora una volta, s'alzò dalla panchina, e reggendo in mano la pietanziera aperta s'avviò distrattamente per il viale. I passanti vedevano quest'uomo che passeggiava con in una mano una forchetta e nell'altra un recipiente di salciccia, e sembrava non si decidesse a portare alla bocca la prima forchettata.
Da una finestra un bambino disse: – Ehi, tu, uomo!
Marcovaldo alzò gli occhi. Dal piano rialzato di una ricca villa, un bambino stava con i gomiti puntati al davanzale, su cui era posato un piatto.
– Ehi, tu, uomo! Cosa mangi?
– Salciccia e rape!
– Beato te! – disse il bambino.
– Eh... – fece Marcovaldo, vagamente.
– Pensa che io dovrei mangiare fritto di cervella..."
Italo Calvino, Marcovaldo, La pietanziera, Einaudi, Torino, 1963

La cervella fritta: un cibo di lusso che oggi nessuno mangia quasi più; perché molti sono i nipoti e pronipoti di Marcovaldo che a certi tipi di cibo, per motivi di povertà più che altro culturale, non sono stati abituati.
Marcovaldo, invece, apprezzerebbe moltissimo il cibo del suo nuovo amico, come pure lui apprezza il suo; purtroppo però lo scambio di vivande, con il disappunto di entrambi, viene interrotto dalla governante, timorosa per la sorte dell'argenteria...

Per una famiglia operaia numerosa (Marcovaldo, Domitilla e i loro sei figli)

800 hg di rape
600 hg di salsiccia
olio evo qb.

Pelate le rape e tagliarle a fettine sottili; in una padella antiaderente scaldare due cucchiai di olio d'oliva. Quando l'olio inizia a scaldarsi aggiungere le rape, insieme a un abbondante pizzico di sale; cuocere coprendo con un coperchio a fuoco basso, girando spesso le rape e facendo attenzione perché trattasi di una verdura che tende ad attaccarsi alla pentola e bruciare facilmente; in tal caso aggiungere, se necessario, un po' d'acqua. Alcuni usano aggiungere un po' di zucchero per favorire il processo di caramellizzazione.
In un'altra padella, nel frattempo, fare cuocere la salsiccia tagliata in pezzi (tanti quante sono le porzioni); quando sarà quasi completamente cotta spostarla nella pentola delle rape per completarne la cottura.
Posta un commento
GiornaleBlog Notizie Blog di Cucina