sabato 16 novembre 2013

La scuola delle cuoche

Stralci n.7




 Jean Baptiste-Siméon Chardin (1699-1779), La cuciniera (1740 c.a), Monaco, Pinacoteca di arte antica



La cuoca di Molière e quella di Kant

"Molière usava leggere alla cuoca le proprie commedie appena scritte, per vedere che impressione facessero su una mente semplice. E in questo niente di strano. O, tutt'al più, di strano c'è soltanto che Molière avesse una cuoca. Si sa che il giudizio dei competenti sulle opere letterarie è sempre viziato, o partigiano, o tendenzioso e, in ogni caso, non genuino. Ottimo, dunque, l'espediente di Molière.
In verità, ora che ci penso, non so se fosse soltanto Molière a regolarsi così e se non facessero la stessa cosa anche Balzac, Sardou o altri. L'ho sentito dire di parecchi e sembra che quasi tutti gli scrittori francesi usassero leggere le loro opere alle cuoche. Non vi starò a dire con quanta gioia delle cuoche stesse.
Quelli che non potevano permettersi il lusso di una cuoca, o che usavano mangiare il trattoria, quando avevano da leggere una commedia andavano in casa di amici
"Permettete che vada un momento in cucina?"; oppure bazzicavano negli uffici di collocamento e davano lettura ad alta voce dei loro parti letterari alle numerose cuoche ivi stazionanti in attesa d'essere ingaggiate.
Ma questo non ha importanza. Quello che interessa, qui, è Molière, il quale teneva la cuoca al solo scopo di leggerle i copioni. Naturalmente gli occorrevano sempre cuoche illetterate, altrimenti non sarebbero servite allo scopo. Egli non i preoccupava che non sapessero cucinare un buon pasticcio e intingoli delicati, L'importante è che fossero ignoranti. Pubblicava annunci sui giornali: "Cercasi cuoca digiuna lettere". Naturalmente dopo le prime letture era costretto a cambiare la cuoca, perché essa finiva per acquisire una certa competenza in materia di commedie e il suo giudizio non aveva più valore. Ragion per cui, in casa di Molière c'era un via vai di cuoche e un continuo cambiar di cucina.
Non vi dico come ne risentisse lo stomaco del famoso commediografo. E quante volte, in casa sua, si mangiava roba scotta o si restava addirittura digiuni. Perché continuo , appena finito un nuovo lavoro, chiamava la cuoca:
"Teresina".
"Che c'è?"
"Vieni qui, ho da leggerti un dramma in cinque atti".
"Ma ho la pentola sul fuoco".
"Non m'interessa. Vieni qui, ti dico",
Sbuffando la cuoca andava nello studio, Molière chiudeva la porta a chiave e si metteva a leggere: "Atto primo, scena prima..." La cuoca pensava alla pentola a bollire e stava sulle spine, ma il padrone non sentiva ragioni. Fuori la gente strepitava
"Non si mangia oggi?"
"Figuriamoci, " diceva la moglie "sì è messo a leggere cinque atti in versi a quella cretina. Oggi non si va a tavola."
Se la cuoca restava impassibile, Molière dava alle fiamme il manoscritto.
Voglio dire che tutti conoscono quell'abitudine di Molière che dava alle scene i propri lavori soltanto se la cuoca mostrava di apprezzarli. Ma pochi sanno che anche Kant aveva adottato lo stesso sistema e pubblicava soltanto dopo aver constatato che i suoi scritti facevano una favorevole impressione alla cuoca.
Quando,  per esempio, aveva finito un capitolo chiamava la cuoca e continuava a leggere: "Non si deve identificare la distinzione senso e intelletto; l'empiricità è bensì portata dal senso nell'intelletto; ma questa empiricità intellettiva non è tutto il senso, ma quanto vi è d'empirico nel senso stesso, giacché v'ha anche un sapere sensibile puro".
Certe volte la cuoca diceva: "Non ho capito bene l'ultima parola".
Allora Kant rifaceva tutto da capo.
Leggendo osservava ogni tanto la fisionomia della cuoca: e questa aveva un aspetto di approvazione, Kant pubblicava; ma se la cuoca restava impassibile, stracciava tutto." In: Campanile, Achille, Vite degli uomini illustri, Rizzoli editore, Milano, 1975.



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