martedì 20 agosto 2013

Delizie corsare

Stralci n.4




"Verso la laguna era echeggiato un fischio, seguíto poco dopo da un tonfo, che sollevò un alto sprazzo di spuma.
Jolanda si alzò vivamente
«Armatevi, signora» disse Morgan.
«Prendo la vostra spada.»
Ciò detto s'avanzò cautamente verso la laguna, aprendosi il passo attraverso i fusti di legno cannone che ingombravano la riva.

CAPITOLO VENTITREESIMO
Un'altra notte terribile

Un animale, o meglio un mammifero, di grosse dimensioni, era comparso fra le foglie delle mucumucù che coprivano buona parte della laguna, e si divertiva a sollevare delle piccole ondate colla sua larga coda piatta, massacrando quelle piccole zattere galleggianti.
Nelle forme rassomigliava un po' ad una foca, essendo anche munito di pinne somiglianti a delle braccia, la testa invece di essere rotonda era piuttosto allungata, fornita all'estremità di peli ruvidi e lunghi che parevano dei baffi.
Sul petto aveva due grosse mammelle che ricordavano quelle delle famose sirene dell'antichità.
Doveva pesare un paio di quintali di certo, a giudicarlo dalla sua lunghezza che superava i due metri e mezzo e dalla sua rotondità.
Jolanda, nascosta in mezzo ai legni cannone, lo guardava con curiosità, chiedendosi che specie di mammifero potesse essere, non avendone mai visto uno simile, né potendo ammettere che delle foche si trovassero nelle calde acque equatoriali.
Si rovesciava ora sul dorso ed ora sul ventre, sbattendo vigorosamente l'acqua colle sue lunghe pinne, si lasciava affondare, poi con una brusca spinta si slanciava fuori più che mezzo, mandando dei lunghi fischi.
Jolanda, sempre nascosta, si domandava come avrebbe potuto impadronirsi di quella grossa preda, che avrebbe assicurato cibo a lei e a Morgan per parecchio tempo.
Aveva bensì la pistola, ma dubitava con una sola palla di poter abbattere un animale così enorme. Se Morgan non fosse stato ferito, forse avrebbero potuto raggiungerlo col canotto e assalirlo a colpi di spada.
Stava per ritornare onde consigliarsi col filibustiere, quando vide il mammifero accostarsi alla riva e frugare col muso fra le erbe acquatiche che crescevano abbondanti in quel luogo.
«Se mi provassi a dargli un colpo di spada?» si chiese Jolanda. «L'arma è solida e la punta aguzza, mentre quell'animale non mi sembra che debba avere la pelle dura, non avendo squame.»
Si gettò a terra e allontanando dolcemente i fusti dei legni cannone, si mise a strisciare verso la riva.
Udiva il mammifero grugnire proprio sotto le erbe acquatiche che tappezzavano il margine della laguna, quindi doveva essere a buona portata anche per un colpo di spada.
La speranza di poter offrire al filibustiere un bel pezzo di carne, di cui aveva tanto bisogno per rimettersi del sangue perduto, la spingeva a tentare la sorte.
D'altronde non poteva correre pericolo alcuno, non avendo quell'abitante delle acque, né un aspetto feroce, né armi di difesa d'alcuna specie.
Giunta sulla riva la brava fanciulla scostò lentamente le erbe, che erano assai alte e si spinse dolcemente innanzi, impugnando con mano ferma la spada del filibustiere.
Il mammifero era lì sotto, occupato a mangiare le radici delle erbe e pareva che non si fosse ancora accorto del pericolo che lo minacciava.
Si agitava appena e continuava a grugnire come un maialetto.
Jolanda si rizzò di colpo sulle ginocchia e affondò il ferro nel dorso dell'animale, cacciandovelo dentro quasi fino alla guardia.
Udì un rapido fischio, poi uno spruzzo di spuma l'avvolse, facendola cadere indietro e costringendola ad abbandonare la spada che era rimasta nella ferita.
Quando poté rialzarsi vide il mammifero a dibattersi furiosamente, a quindici passi dalla riva. Aveva la spada ancora infitta nel dorso e dalla ferita colava un rivoletto di sangue che arrossava l'acqua.
«Signor Morgan!... È preso!... È preso!...» gridò Jolanda, con voce trionfante.
«Chi, signora?» chiese il filibustiere che faceva sforzi disperati per alzarsi.
La fanciulla, certa ormai che l'animale era agonizzante, si era slanciata verso la tettoia, per armarsi della spada dello spagnolo.
«È nostro!... E nostro!...» gridò, accostandosi a Morgan. «Avremo quanta carne vorremo.»
«Chi avete ucciso?» chiese il filibustiere.
«Non so, una bestia assai grossa, una specie di foca.»
«Una foca!... È impossibile, signora; qui non se ne trovano.»
«Ne ha almeno le forme.»
«Quello che avete ucciso non può essere che un manato o meglio un lamantino, una preda squisita, la cui carne può gareggiare, per gusto e delicatezza, con quella dei giovani vitelli.»
«Salgo nel canotto e vado a finirlo» disse la fanciulla. «Devo anche ricuperare la vostra spada.»
«Badate che non vi rovesci in acqua. I manati non sono pericolosi, tuttavia hanno della forza nella coda.»
«Sarò prudente:»
Impugnò lo spadone dello spagnolo e si diresse verso il canotto che era legato alla riva.
Lo staccò, vi balzò dentro, prese le pagaie e si spinse al largo.
Il lamantino si dibatteva presso un banco di fango e pareva agli estremi. L'acqua tutt'intorno al suo corpo era rossa di sangue.
Jolanda, con pochi colpi di remo lo raggiunse, e, alzato lo spadone dello spagnolo, si mise a tempestarlo, specialmente sulla testa, né cessò finché non lo vide esalare l'ultimo respiro.
Essendo su un bassofondo, era rimasto col dorso fuori dall'acqua.
Jolanda si provò a levare la spada di Morgan e, sentendo che resisteva, passò nella guardia una liana per rimorchiare la grossa preda alla riva.
Non fu impresa facile, poiché il lamantino era grosso assai e tendeva ad affondare; nondimeno, dopo un quarto d'ora, riusciva a tirarlo presso un mango che tuffava nelle acque le sue radici contorte.
Morgan, che da lontano aveva seguíto cogli sguardi e non senza una certa ansietà, le diverse fasi della caccia, o meglio della pesca, salutò il ritorno della valorosa ed intraprendente fanciulla con un fragoroso urrà.
«Un momento ancora, signor Morgan» disse Jolanda «e vi offrirò una buona colazione, se è vero che la carne di questi mammiferi è così squisita come mi avete detto.»
Dopo reiterati sforzi trasse dal corpo del lamantino l'arma del filibustiere; poi, servendosi dello spadone spagnolo che era più largo e più pesante, quindi meglio adatto per servire da coltello, tagliò dal dorso una fetta enorme che portò presso la capannuccia, dove ardevano ancora i due falò.
Con dei sassi improvvisò alla meglio un fornello, infilzò la carne nel ferro del filibustiere e ravvivò con alcuni rami il fuoco.
«Eccomi diventata cuoca» disse Jolanda, che era assai di buon umore, per la splendida riuscita di quell'impresa. «Fra breve assaggerete un pezzo della mia preda.»
«Sì, apprezzerete fra poco la delicatezza della sua carne.»
«Signor Morgan, lasciate che completi la colazione.»
«Che cosa volete aggiungere ancora?»
«Ho veduto poco fa, mentre tornavo da quella lugubre scoperta, un banano che aveva un grappolo enorme.»
«Eccellenti quelle frutta, specialmente se cucinate sotto la cenere. Possono surrogare il pane.»
«Manca però il sale.»
«Vi sono in questo paese delle piante che possono fornirne; non so dove si troveranno. «Gli indiani non adoperano che quello.»
«Come fanno ad estrarlo?»
«Bruciano i rami, fanno bollire la cenere, poi la filtrano e trovano sempre dei cristalli di sale.»
«Noi però possiamo farne a meno.»
«E come, signor Morgan?»
«M'avete detto che l'acqua della laguna è salata. Aspargete un po' l'arrosto ed ecco trovato il rimedio.»
«Che pessima cuciniera sarei io! Rinuncio fin d'ora alla carica cui aspiravo a bordo della vostra Folgore.»
Anche scherzando, la brava fanciulla non perdeva però il suo tempo e badava che l'arrosto si cucinasse a perfezione.
Quando lo vide quasi pronto, lo asperse con poche goccie d'acqua salata, poi andò a far raccolta di banane e di manghi, e ficcò le prime sotto la cenere calda.
«Signor Morgan» disse ad un certo momento. «Siete servito.»
Avendo deposto l'arrosto su una bella foglia di banano, appena tagliata, e si era seduta presso il ferito, il quale aspirava con visibile soddisfazione il delizioso profumo che esalava l'enorme fetta del lamantino.
La colazione, non variata è vero, ma assai abbondante, fu molto gustata tanto dal ferito quanto da Jolanda, ed entrambi, che dal mattino innanzi non avevano mangiato che qualche frutto, vi fecero molto onore." In: Salgari, Emilio, Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, Donath, 1905.
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