mercoledì 17 aprile 2013

Parole buffe

Stralci n.1





 "Da bambina mio padre mi esortava a non mettere radici, a immergermi nella cultura di un posto nuovo per poi lasciarmelo alle spalle con la stessa facilità. Così, non mi lamentavo dei continui spostamenti, degli amici che perdevo, perché sapevo che lui avrebbe scosso la testa, stupito e deluso dalla mia vigliaccheria, e avrebbe chiesto: "Che cosa fai, ti metti a piangere?". Secondo lui non era importante avere una base, e non aveva senso trasferirsi se poi tutti i posti in cui andavamo a vivere fossero stati uguali. In Inghilterra questa filosofia si tradusse nell'affitto di una casa in un villaggio pieno di veri inglesi e di giardinetti pubblici. La cucina aveva un piccolo frigorifero che per tre anni fu l'oggetto delle lamentele di mia madre.
 Eravamo arrivati in Inghilterra solo da due settimane quando incominciò la scuola. Un inizio da dimenticare.
 La mattina ci fecero leggere a voce alta della parole stampate su rettangoli di plastica. tutte le parole e i segni di punteggiatura che riuscivamo a identificare andavano riposti in una cartellina personale. La maestra spiegò che quelle sarebbero state le uniche parole che avremmo potuto usare per scrivere i nostri temi. Le avrei volute tutte. Quando fu il mio turno lessi senza esitazione finchè arrivai a un quadrato con al centro un punto nero. "Questa è una virgola" dissi.
 "No, non è una virgola" dichiarò la maestra.
 "Sì invece" ripetei. Mia madre mi aveva insegnato a leggere sei mesi prima, e mi sentivo fiera delle mie capacità. In Idaho ero molto avanti rispetto agli altri bambini dell'asilo. L'educatrice si complimentava con me ed era carina, giovane e sorridente. Questa donna invece aveva la mascella quadrata e i capelli grigi. E un accento che faceva sembrare tutto quello che diceva smozzicato e sdegnoso.
"E' una virgola" dissi di nuovo.
"No, non lo è. E' un punto. Leggi il prossimo."
 Continuai, ma senza la sicurezza di prima. Nella mia teta una voce continuava a ripetere "E' una virgola, in modo sempre più esitante. Forse quello che avevo sempre considerato una virgola in realtà era un punto. Oppure, e la cosa era ancora più preoccupante, mia madre si era sbagliata. E ora nella mia cartellina si stipavano parole che, senza il punto, non sarebbero mai potute diventare frasi.
 Man mano che le re passavano mi resi conto di non conoscere il nome di molte cose. Mentre ero in fila alla mensa , una signora mi chiese se volevo del pudding , e poi mi consegnò qualcosa che assomigliava a un budino. ma avevo imparato la lezione. non provai a spiegarle che quello non era un pudding. Mi diressi con calma verso un tavolo e mi sedetti.
 Per un po' mangiai in tutta tranquillità. Non era complicato, avevo fame e il cibo era buono. Poi spuntò accanto a me un'altra signora. "Oh, non si fa così" disse.  Mi tolse le posate di mano e me le restituì invertite, il coltello a destra e la forchetta a sinistra.
 "Ma io le tengo così" dissi.
 "D'ora in poi lo farai."
 "Ma io sono americana."
 "No, qui no."
 E mi lasciò lì confusa, a stringere le posate come una scimmia a un cocktail. Anche quando se ne fu andata la sua sicurezza e severità mi impedirono di ricambiare l'ordine. Provai a mangiare, ma le mie mani rispondevano con difficoltà. L'azione di mangiare, così naturale fino a poco prima, ora sembrava impossibile. Cominciai a versare lacrime in silenzio. Mi colavano sulle guance mentre lottavo nel tentativo di far salire i piselli sul dorso della forchetta, ma ricadevano sistematicamente.
 Una bambina seduta al mio tavolo mi osservava con interesse. I suoi capelli erano lunghi e castani, come i miei, trattenuti da due fermagli. "Fai così"mi suggerì. Spinse qualche pisello contro la sua forchetta, poi, senza muovere il coltello, li schiacciò. Rimasero attaccati ala forchetta. Li mise in bocca, e sorrise come se avesse appena compiuto un trucco magico. Doveva essere stato un vero piacere stupire qualcuno con un gesto così semplice.
 Prima di allora nessuno avevva mai trovato la sua capacità di mangiare degna di nota.
 Tirai sù con il naso, inghiottii e cercai di smettere di piangere.Il mio respiro era ancora scosso dai singhiozzi. Copiai i suoi gesti. Qualche pisello riuscì a sfuggire, ma ne mangiai la maggior parte. La guardai attentamente mentre tagliava la carne e la imitai. Era tutto molto più facile. "Così sei americana?" chiese. E com'è essere americani?"
 "Non lo so" risposi. Fino a due settimane prima non avevo termini di paragone. "Prima mamma guidava a sinistra, ora  a destra." Avevo notato la differenza andando in libreria, dove mia madre mi aveva dato 50 penny, la mia nuova, strana paghetta, e mi aveva fatto scegliere un libro di Enid Blyton. "e poi dico budino invece di pudding."
 "E' una parola molto buffa" disse la bambina. "Dovresti cambiare."
 "Okay." Ero disposta a una serie di concessioni per lei. Mi aveva insegnato a mangiare, e con quella piccola vittoria era di nuovo possibile negoziare con il mondo."

da Leah, STEWART, Caffè con panna (tit. orig. The myth of you and me, 2005), trad. Francesca Spinelli,  PIEMME, 2007, pagg. 66-69.

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