lunedì 21 dicembre 2015

La settimana gastronomica della pensione Galvin

Stralci n.13




"Patricia Brent stava scendendo le scale dopo il gong della cena, quando aveva sentito quei simpatici commenti che la riguardavano attraverso la porta semiaperta del salotto. Entrò in sala da pranzo e andò a sedersi al suo posto in silenzio, rispondendo con cenni meccanici ai saluti degli altri ospiti.
Alla Galvin House si insisteva molto sulla parola “ospiti”. Ogni volta che la signora Craske-Morton doveva annunciare un nuovo arrivo, raggiungeva l’apice della ricercatezza. «Presto avremo un nuovo ospite» diceva, «un uomo interessantissimo» oppure «una donna molto colta», a seconda dei casi.
Quando poi l’uomo in questione si rivelava incapace di destare il minimo interesse o la donna dimostrava di non avere neanche un briciolo di cultura, nessuno restava deluso, non essendosi mai aspettato niente di diverso.
L’importante era che le convenzioni fossero state osservate.
I pasti alla Galvin House erano piuttosto lugubri. L’eresia delle tavole separate, patrocinata da un ospite di vedute progressiste, era stata scoraggiata una volta per tutte dalla signorina Wangle, la quale dichiarò che se le tavole fossero state separate lei se ne sarebbe andata.
«Ricordo che una volta il caro vescovo mi disse: “Mia cara, se ciò che si ha da dire non può essere detto a tavola e di fronte ad altri, è meglio restare in silenzio”».
«E se si dovesse far notare a qualcuno che ha il vestito al contrario o la parrucca storta, bisognerebbe farlo davanti a tutti?» aveva domandato Patricia con un’aria eccessivamente ingenua.
La signorina Wangle, la cui evidente parrucca color rame non ingannava nessuno e non faceva altro che accentuare il pallore dei lineamenti spigolosi, l’aveva guardata in cagnesco. Per via della disposizione degli ospiti a tavola, quindi, la conversazione durante i pasti aveva un carattere generale e tendeva al noioso. Il signor Bolton scherzava, la signorina Wangle spargeva veleno mettendo zizzania tra le persone, la signora Mosscrop-Smythe grondava tolleranza, il signor Cordal mangiava in modo rumoroso, la signorina Sikkum si atteggiava e la signora Craske-Morton si dava da fare per sembrare, quanto più possibile, una vera padrona di casa che intratteneva veri ospiti, ignorando il dettaglio incriminante che questi erano anche “paganti”.
Gli altri ospiti – di solito ce n’erano più o meno venticinque – si comportavano come dovevano e non mancavano mai di mostrare il dovuto rispetto verso la reliquia ecclesiastica della signorina Wangle: era lei ad assicurare alla Galvin House il suo status sociale.
Quella sera Patricia era silenziosa. Il signor Bolton fece di tutto per farla partecipare alla conversazione, ma invano. Di solito, era proprio lei la prima a ridere alle sue battute, per incoraggiare il pover’uomo, come diceva a se stessa, perché se un tizio è grasso, calvo, scapolo e per di più si crede un comico, ha bisogno di tutta l’indulgenza del mondo.
Patricia si guardò intorno, soffermandosi prima sulla signorina Wangle, scheletrica come un lupo in inverno, poi sulla signora Mosscrop-Smythe, bionda, paffuta e sfiorita, fino al signor Cordal, dal volto affilato e dall’appetito vorace. Non erano soli anche loro, quei dimenticati da Dio?
Patricia se lo chiedeva. Eppure due di quelle anime solitarie si erano permesse di compatire lei, Patricia Brent, che almeno aveva qualcosa che loro non avevano: la gioventù.
Più ripensava alle parole che aveva sentito uscire dalla porta semiaperta del salotto, più le sembravano umilianti.
Aveva avuto una giornata molto pesante, era stanca e il suo umore avrebbe trasformato anche la brezza più leggera in una tempesta. Si guardò intorno di nuovo. Che orribile destino essere costretta a vivere tra persone come quelle.
Quella sera anche le stoviglie e il modo in cui era apparecchiata la tavola sembravano più irritanti del solito. Il volgare metallo che spuntava sotto il rivestimento d’argento dei cucchiai e delle forchette, i coltelli consumati dai troppi lavaggi, coi loro manici ingialliti, le saliere, lo strato marroncino che in tre giorni si era formato sulla mostarda, che veniva rifornita solo la domenica, le felci anemiche con i loro “artistici” vasi: ogni difetto era amplificato.
Patricia odiava quegli oggetti, ma la cosa che detestava di più erano i portatovaglioli multicolori e dalle forme disparate, conosciuti nella conosciuti nella pensione col nome di “portasalviette”. La varietà serviva a fare in modo che ogni tovagliolo corrispondesse a un ospite in particolare. Chissà, forse qualche volta si confondevano. Il solo pensiero fece rabbrividire Patricia. Alla fine della settimana ogni “salvietta” diventava una sorta di diario gastronomico. Dato che i tovaglioli si cambiavano solo in occasione del pranzo della domenica, la sera del sabato sul quadrato di stoffa grigiastra si erano accumulate diverse macchie, ma su tutte regnava, come un re con i suoi sudditi, l’inestirpabile aroma dell’aringa affumicata del martedì.
Quella sera la Galvin House sembrava grigia e deprimente più che mai. Patricia si ritrovò a chiedersi se fosse vero che Dio aveva creato quelle persone a sua immagine e somiglianza.
A lei parevano così insignificanti e per niente simili a Dio. Dal modo in cui osservavano il cibo che veniva servito, sembravano sempre intenti a soppesare se ciò che ricevevano fosse adeguato al prezzo che pagavano. Forse Dio dava agli uomini solo la propria immagine, lasciando il resto nelle loro mani? Era lì che entrava in gioco il libero arbitrio?" In: Herbert G. Jenkins, Patricia Brent, Zitella, 1918, Traduzione dall’inglese di Federica Alessandri.


Nella Londra della Prima guerra mondiale la giovane Patricia - che lavora come segretaria per un politico dalle scarse capacità - vive alla Galvin House, pensione dove risiede un'eccentrica galleria di personaggi. Questo l'inizio del romanzo "Patrizia Brent Zitella, (Patricia Brent, Spinster ) di Herbert George Jenkins - oltre che scrittore proprietario della casa editrice Herbert Jenkins Ltd. che pubblicò molti dei romanzi di P. G. Wodehouse - pubblicato per la prima volta nel nel 1918, e in seguito, in Italia, a cura della casa editrice Salani nella collana della Bilioteca delle signorine. 
La soddisfazione di sapere che questa piccola chicca, da me scoperta anni fa tra i romanzi lasciati dalle prozie, è tuttora pubblicata come piccolo classico dell'umorismo inglese nella tradizione di Oscar Wilde. Nel 1919, stante il grande successo, ne venne anche tratto un film.

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