giovedì 15 maggio 2014

Corone & primizie 3 - Rosa Vercellana, Contessa di Mirafiori

I peperoni con la bagna cauda della Contessa di Mirafiori



Matrimonio morganatico:
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b. Forma di matrimonio (in età moderna applicata soltanto dall'alta nobiltà e dalle famiglie regnanti) che regola l’unione di un nobile con una donna di condizione inferiore, per cui la moglie e gli eventuali figli non prendono la posizione giuridica del rispettivo marito e padre, né hanno diritto alla eredità del patrimonio familiare:l’unione m. di re Vittorio Emanuele II con la contessa di Mirafiori

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così sull'enciclopedia Treccani viene definita l'unione tra un principe/principessa di casa reale e un persona di natali non - o non abbastanza - nobili.

Attualmente, dal momento che le monarchie sono diventate puramente rappresentative, la pratica del matrimonio tra persone di differente ceto si è diffusa, senza che questo sia considerato pregiudizievole per la futura ascesa al trono dei regnanti o per il riconoscimento del diritto alla corona per gli eredi da loro nati. Non così era una volta quando un matrimonio fuori dalle regole imposte dalle case reali poteve diventare - il caso Edoardo VIII e Wallis Simpson insegna - causa di rinuncia al trono.

Eppure, nonostante la penalizzazione conseguente, non mancano, nella storia, esempi di simili unioni: da Luigi XIV e Madame de Maintenon a Ferdinando I e Lucia Migliaccio, da Maria Luisa e Adam von Neipperg ( e, in seconda battuta, il conte Charles-René de Bombelles) a Francesco Ferdinando e Sofia Chotek, senza contare l'infelice storia di Rodolfo d'Asburgo e Maria Vetsera, conclusasi con la tragedia di Mayerling.

Storie di passioni consumate spesso a latere del matrimonio ufficiale, combinato tra le casate come pegno di alleanza. Come quella tra Vittorio Emanuele II - allora principe ereditario di 27 anni, già sposato e padre di quattro figli - e Rosa Vercellana, 13 anni, figlia di un ex tamburo maggiore della Guardia Imperiale di Napoleone arruolatosi, dopo la caduta del Corso, nell'esercito sabaudo.

Una storia che, nonostante il copione banale - seduzione di una giovanissima ragazza del contado da parte del principe, ben noto per la quantità di amanti e avventure - non impedì lo sviluppo di un finale inatteso: il principe, diventato re e, a seguire, vedovo, sposò infine il suo amore villereccio.

Che il legame tra i due fosse forte si era comunque capito, dal momento che più volte i ministri del regno - in primis il conte di Cavour - avevano cercato di dissuadere il re dalla frequentazione delle donna, da lui creata Contessa di Mirafiori. E l'unione, in verità, si concretizzo legalmente solo grazie a una malattia del sovrano che l'aveva condotto quasi sull'orlo della tomba.

Se, tuttavia, non ci fosse stata una reale volontà - anche solo riparatoria, da parte del sovrano che di fatto aveva sedotto una fanciulla più che minorenne, ottenendo che poi gli consacrasse l'intera esistenza, oltre ad avergli dato due figli - l'evento sicuramente non si sarebbe effettuato.

Del resto re Vittorio - allergico ai rituali di corte, forse anche per quell'incertezza sulla sua nascita, che ne faceva il figlio di un macellaio fiorentino, sostituito nella culla con l'erede al trono, perito durante un incendio - amava il tipo di vita familiare e borghese che poteva condurre con quella che, per tutta la vita e oltre, venne conosciuta come la Bela Rosin. A tale scopo si fece costruire una dimora all'interno della tenuta della Venaria, a Borgo Castello, dove poteva dedicarsi alla sua passione per la caccia senza dover sottostare all'etichetta imposta dall'abitare nella Reggia e senza, probabilmente, creare imbarazzo alla sua compagna.



La Venaria Reale, Borgo Castello: in primo piano l'ala contenente gli appartamenti reali


Gli appartamenti di Borgo Castello, da qualche anno restaurati e visitabili, raccontano la storia di una famiglia borghese; stanze non auliche ma di proporzioni modeste, tappezzate con carte da parati e arredate secondo il gusto dell'epoca, soprammobili, animali impagliati, frutto delle scorribande di caccia, il letto dalla spalliera imbottita che, forse, portava ancora le tracce della brillantina per capelli del suo occupante. 



Corridoio degli uccelli, 1930 circa, fotografia b/n.
link


Questa era la vera "casa" del re, dove la moglie lo attendeva spesso con piatti della tradizione piemontese preparati dalle sue mani...




Sala da pranzo. Appartamenti Reali, Castello della Mandria









"Il mio nome è Maria Rosa, anche se per tutti sono la Rosin;  anzi, anche se forse non dovrei saperlo e nemmeno dirlo, alle mie spalle tutti mi chiamano "la Bela Rosin". Dovrei esserne contenta, immagino, anche se, in realtà, so che in questo tributo alla mia bellezza si cela una punta di astio; è tutto dovuto all'invidia, mi ha detto Bigio, per via della nostra relazione.

Ma la colpa non è mia - e neanche sua, in realtà - se il nostro amore non può essere che clandestino. Il fatto è che lui è il re e, come tale non può sposare una donna nelle cui vene non scorra sangue reale, e figuriamoci, poi, una donna del popolo, quale io sono.

E' vero, quando sono scappata di casa per seguirlo - lui 27, io 13 anni, una bambina - lui era già sposato; ma questo era solo uno degli impedimenti, nella nostra situazione.

E comunque, come biasimarci? Noi non facciamo del male a nessuno, e qui, a Borgo Castello - non lontani dalla Reggia,  nella nostra casa, con i nostri figli, siamo felici. E' il luogo dove più ci piace stare; lui può andare a caccia - anche se vorrei che non mi riempisse le stanze di animali impagliati - e gli piace, quando torna per pranzo, trovarmi ad attenderlo, con qualcosa di buono cucinato con le mie mani.

Cibi semplici, come si usa dalle mie parti, nel Monferrato, quelli che mi ha insegnato a preparare la mia mamma: le uova ripiene, i pomodori con la maionese, il pollo con le cipolle, la bagna cauda...
Cibi che, a corte - per motivi di etichetta, immagino - non gli vengono serviti, neanche dal suo cuoco, il Vialardi, quello che ha scritto tanti libri di cucina..."



"Per preparare i peperoni con la bagna cauda occorrono dei bei peperoni carnosi - magari come quelli del tipo quadrato di Carmagnola che mi portano dagli orti di Venaria - che vanno messi nel forno del potagé ad cuocere per bene in una teglia, girandoli spesso in modo che si arrostiscano uniformemente. Prima di metterli in forno - senza condimento, mi raccomando - bisogna però ricordarsi di bucarli con una forchetta, magari per il lungo, nelle pieghe, in modo da non rovinarne i filetti. Mentre si lasciano raffreddare, coperti - un trucco che consente di pelarli con più facilità - si prepara la bagna cauda: per ogni peperone calcoliamo due spicchi d'aglio e tre acciughe sotto sale circa. 
Peliamo gli spicchi d'aglio, li tagliamo in due e togliamo l'anima - perhè altrimenti sono più difficili da digerire - e li mettiamo a bollire in un po' di latte; quando sono morbidi li scoliamo e li mettiamo a cuocere ia fuoco basso in un fujot di terracotta, insieme alle acciughe bel lavate e tagliate a pezzi in abbondante olio di oliva, rimestando bene fino a che le acciughe e l'aglio non saranno diventate una crema. Per dare una punta di acidità, io uso il trucco di metterci dentro, a fine cottura, un po' di pomodoro pelato, privato dell'acqua di vegetazione. A questo punto, con santa pazienza, si pelano i peperoni e si tagliano a filetti, poi si immergono nella bagna cauda, girandoli bene. Questo è un piatto ottimo o meglio, come diremmo noi, "propi da berlichese i barbis"..."



Leggere

 Trattato di cucina, pasticceria moderna, credenza e relativa confettureria

 di Giovanni Vialardi
(sul sito dell Accademia Barilla, previa registrazione)

Cucina borghese semplice ed economica

 di Giovanni Vialardi
(sul sito dell Accademia Barilla, previa registrazione)


Visitare
il Parco Reale della Mandria e Borgo Castello 


Con questo post partecipo a 

OrtinFestival 2014




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